La mia prima estate da maggiorenne, un anno prima dei fatti francesi che racconterò dopo, la volevo passare viaggiando chissà dove, allontanarmi da casa
e vedere un po' il mondo da un ponto di vista personale.
Purtroppo quell'estate mi ammalai di Covid, di ritorno da una gara di lotta in Bulgaria. La voglia
di muovermi aumentò molto durante la convalescenza e la successiva quarantena.
I piani diventavano sempre più fantasiosi. Ma alla fine dati la mancanza dei mezzi, e il poco tempo che
mi restava, dovetti ripiegare per una settimana in giro per la provincia di Salerno, che fu comunque una bella esperienza, la mia prima esperienza di viaggio in solitaria.
L'anno dopo, dopo aver concluso con un discreto successo la maturità, decisi sta volta di fare le cose più in grande, almeno considerati i miei modesti mezzi. Quell'anno mi ero patentato per portare la vecchia moto di mio padre, che era rimasta ferma anni, e che io avevo riesumato grazie anche all'aiuto di mio prozio Gianni, meccanico.
Si trattava di una XT600E, un modello celeberrimo di moto prodotto dalla casa giapponese YAMAHA.
La moto è spartana nella sua costruzione, esclusivamente analogica nel funzionamento, con un sedile duro come il marmo, e mancante di borse laterali.
Dovetti portare tutto in uno zaino da alpino enorme che mi portavo sulle spalle per tutto il viaggio.
L'idea era quella di dormire esclusivamente in tenda. Usai una tendina SLING1 di ferrino, una sorta di "tenda-bara", per le dimensioni ridotte. Il materiale portato con me rasentava quasi lo zero, un paio di pantaloni, qualche paio di indumenti di biancheria, materiale per lavarsi, varie chiavi inglesi e pinze, una parte di un officina, preoccupato com'ero dello stato di anzianità della moto.
Mi accorsi ben presto di essermi organizzato piuttosto male. La prima notte mi accorsi di non aver nessun tipo di tappeto da mettere sotto la tenda fra me e il terreno, e mi abituai ben presto a dormire praticamente per terra.
Poi il numero di chilometri che dovevo sostenere era eccessivo per un pilota inesperto come me, soprattutto con una moto di più di vent'anni.
La mia idea era quella di fare 700 km al giorno. Il primo giorno mi feci Roma-Mentone, 696 Km, natiche completamente desensibilizzate...
Per farla breve, ci vollero di li altre 3 tappe, non prive di incontri interessanti, ma non notabili in un riassunto così breve, in campeggi sperduti per la campagna francese, trovati rigorosamente all'ultimo momento, per arrivare al campeggio di Parigi, situato in un quartiere periferico che era, a quanto pareva, dedito quasi esclusivamente a parco, campeggio e prostituzione femminile.
A Parigi la prima notte feci conoscenza con l'insonnia: una tempesta che venne ad accogliermi la prima notte rischiava con le sue fortissime folate di vento di spezzare i rami degli alberi sovrastanti alla mia povera tendina. Smontai e decisi di andare a dormire nei bagni del campeggio, che erano ottimamente tenuti e in condizioni di gran lunga superiori alla mia tenda (che intanto era stata sradicata dal vento e si era incagliata nella recinzione del campeggio). Quella notte per la scomodità della panca su cui mi ero adagiato come un senza tetto, le luci sempre accese dei bagni, il costante andirivieni di genti di ogni nazionalità che non ha come come uso il silenzio notturno, non chiusi occhio, e rimasi sveglio a sentire la rigidità del legno sulla mia nuca. Appena si intravidero le prime luci dell'alba mi alzai e lavai, recuperai e montai la tenda al suo posto, che era rimasta illesa dal suo volo.
Nonostante la pesantezza delle palpebre, che dopo i primi attimi del mattino sembra però sempre un po' sconfitta, decisi di andare comunque a visitare la città. Mi trovavo a circa una mezz'ora a piedi dalla Torre Eiffel. Come prima tappa decisi di andare all'"instagrammabilissimo" museo di Monet Marmottan. Entrai nell'edificio prima di chiunque, dato che mi ero "svegliato" così presto. E comincia una, lo ammetto, noiosissima visita, senza guida, senza compagnia, se non quella di Ipno (il Sonno), che mi incombeva addosso pesante più che mai, e sempre in modo crescente durante quella visita. I quadri del pittore francese divennero paesaggi onirici in quel dormiveglia in cui mi trovavo.
Uscii da quel museo dopo una completa catarsi, in una sensazione di rilassamento totale, Pasitea (la rilassatezza, la moglie di Ipno) mi aveva acquistato.
Per il negozio di ricordi non comprai nulla, ma mi ricordo che la mia presenza in quel posto era flebile, quasi che non ci fossi e stessi già dormendo; ero tenuto sveglio solo dal timore di distrarmi e sfasciare qualcosa di fragile. Uscito dall'edificio che conteneva il museo, mi misi su una panchina di un parco adiacente, e fra me e me dissi "adesso chiudo un attimo le palpebre, ma senza addorment-", caddi in un sonno profondissimo, la cui durata stimo dai 30 minuti a 1 ora e mezza. Quando mi svegliai, stupito di avere ancora le scarpe ai piedi e il portafogli in tasca, mi resi conto che era forse cosa saggia ritornare al campeggio per dormire un po' in un luogo sicuro senza tentare ancora una volta la fortuna, rischiando magari di finire in un laboratorio di traffico di organi.
Entrai nella "tenda-bara" e mi svegliai alle otto di sera, andai a fare un giro fino a tardi per la città e ritornai indietro, ripreso dal sonno poco dopo mezzanotte.
La gagliarderia iniziale era stata squassata dal lungo tragitto in motocicletta, dalle notti a dormire per terra e dall'insonnia...
Per il resto la visita a Parigi fu piuttosto semplice, nulla di inaspettato o particolare, degno di essere riportato.
Il ritorno è stato costellato di ulteriori avventure e disavventure di cui racconterò qui di seguito.
Nel ritorno dato il portafogli ancora pieno (giravo rigorosamente con contanti) come mia principale e quasi esclusiva forma di pagamento), e cominciavo a sentire il peso di stare così lontano dalla terra natia e la stanchezza del viaggio, decido quindi di prendermela comoda, molto comoda. Mi pare che per tornare infatti ho impiegato 10 giorni. Mi visito quella parte rurale della Francia che avevo quasi sorvolato all'andata con tutti i crismi necessari. Sto in vari posti, nominabili tutti, sono successe infatti moltissime cose per quanto riguarda la parte francese del mio viaggio di ritorno. Ne racconto una: in un paesino maledetto, patrimonio dell'UNESCO peraltro, mi trovo a contrattare aspramente per un libello di pittura con la feccia di mercante locale.